Paciuli e Ilangilang

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Phara, quartiere distaccato della periferia di Borgo Cremisi, ore 23.30 del giorno 28/10/20…
All’ombra di tre imponenti grattacieli, Paciuli guerriero post-industriale ma pre-diploma, si aggirava a cavallo del suo mezzo a due ruote con la sola ruota posteriore poggiante sulla superficie terrestre e la opposta parte mirante la grande luna, alta e luminosa come un lampione dello stadio di San Siro.
Terzo isolato a Nord del Metamorfosi, sull’ampia gradinata del Pala Vanni sedeva Ilangilang, ragazza contro tutti e tutto, secondogenita di una famiglia di due sole figlie, di cui la primogenita figlia unica. Ilangilang dovette crescere la sorella, maggiore e figlia unica, come se lei fosse stata la madre. Una storia, quella di Ilangilang veramente complicata al limite della schizofrenia, lei era mamma e figlia nello stesso momento. Spesso la ragazza si obbligava a sistemare la cameretta troppo in disordine e dopo poco si mandava a fare in culo perché le/si stava troppo addosso.
Comunque quella sera lei, bella come la dea Kalì ma con solo due braccia era lì, seduta sulla grande gradinata con la luna che la faceva splendere e allo stesso tempo la rendeva irreale come un fantasma, senza dubbio un bel pezzo di fantasma. Paciuli dovette fare tre giri dell’isolato per credere ai suoi occhi, poi altri due per riuscire a fermarsi, in quanto privo di freni. All’ultimo giro puntò diritto contro la gradinata e lì si arpionò alla ringhiera, intorno alla quale fece undici rapide giravolte quindi si scagliò atterrando delicatamente al fianco di Ilangilang. La ragazza non fece neppure una piega. Paciuli per attirare l’attenzione, impastò per benino e poi sputò colpendo in pieno centro il cartello di divieto di sosta posto a ben quindici metri da loro.
Ilangilang lo guardò dritto negli occhi e poi disse: “Sai, sputi bene, chi ti ha insegnato?”.
Paciuli dopo un altro sputo, questa volta sullo specchietto retrovisore dell’auto dell’imprenditore edile Vanni, proprietario dell’omonimo Palazzetto, disse: “Quello che so me lo sono imparato da me con le mie stesse mani”.
Queste parole furono le più magiche che Ilangilang avesse mai sentito, molto, molto più che “sim sala bin” o “asere ah-ah ,eh-eh ,oh-oh ,yawa em ekat ot gnimoc..”. Ilangilang lo passò in rassegna centimetro per centimetro, dalla brillantina fino all’ultimo pelo. La camicia aperta sul davanti mostrava un elegante crocefisso dorato, splendente su potenziale moquettatura, le gambe poi, muscolose e possenti come pistoni di caterpillar, sarebbero state pronte a farla piroettare sulla pista del Globo, nota discoteca di tendenza e l’olezzo da lui emanato prometteva avvolgenti notti in bui parcheggi con rastrelliere per biciclette.
In un attimo, come di fronte ad un déjà-vu ancor da far, vide il padre Saldatore, di nome e di fatto a causa di un errore anagrafico, che stringeva la mano di Lui e gli diceva: “La vuoi? Prendila, è tua!”e visto che queste sensazioni capitano solo una volta nella vita, capì che era necessario agire. Carpe diem si disse nonostante non sapesse l’inglese, ma con la certezza del momento. Gli occhi da dea mandarono dardi fiammeggianti, le labbra si sporsero in un broncio sdegnato, con grazia e determinazione a sua volta sputò. Lo sputo fece una doppia parabola e si impiantò proprio accanto a quello di Paciuli. E siccome il caso non esiste non ci fu bisogno di aggiungere altro. Lui la afferrò per un braccio e l’attirò a sé come aveva visto fare nel wrestling in tv. Con fare da vero uomo la lanciò sul sellino del potente mezzo, indi vi si auto-catapultò e con il rombo di mille marmitte si lanciarono in una corsa indiavolata sulla via principale alla ricerca di un posto ove manifestare l’energia che gli esplodeva in corpo.
La luna sempre splendente in cielo glielo indicò.
Inchiodò con maestria due millimetri prima delle scalinate di un sottopassaggio. Paciuli avrebbe voluto scenderli in impennata, così giusto per fare qualcosa, per devastare la sua preda, ma la sua astuzia di cacciatore gli suggerì di tenersi qualcosa per dopo, anche se aveva ancora molti archi alle sue frecce. Paciuli si guardò intorno per vedere se qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo, non appena si fu assicurato di essere solo con la sua donna la prese per mano e con lei scesero le scale.
Lì, nell’oscurità che li avvolgeva, lei gli disse: “Ce l’hai?”
Lui era dubbioso, forse doveva toccarla, magari su una spalla e poi scappare, la guardò come solo Rocky o Birillo suo fedele amico, avrebbero saputo fare. Lei capì al volo e disse con sguardo comprensivo: “Non ti preoccupare, ce l’ho io”. Poi, con gesto felino, svelto e sapiente, frugò nella tracolla leopardata ed estrasse una bomboletta spray.
Cercarono uno spazio tutto per loro tra la miriade di poetiche frasi in ordine più o meno analfabetico. Pareva quasi impossibile.
No, nulla è impossibile a un sogno nascente! Con la grazia acuta della donna che non chiede mai, Ilangilang prese in prestito la “I” finale di tamarri per ricavare il suo nome; e con l’arguzia strategica del guerriero postindustriale, unita a un quanto mai opportuno occhio di lince, lui scovò una, anzi no, ben due A in Vaff… Scelse la più splendida che quasi giungeva a toccare Ilangilang e la fece diventare la “A” di Paciuli . Lei guardava in estasi quella piccola ruga al centro della fronte di Paciuli che gli si era formata mentre si domandava dove mettere la “P”. Prima o dopo la “A” ? Ma si sa, questi stronzi di prof non ti insegnano mai niente che ti serva veramente.
Poi però l’ impresa fu compiuta; tra il rumore delle auto ignare e il sottile olezzo di piscio di sottopasso si respirava aria di immortalità, e quell’aria così, un po irreale ma assai pregna, non era dovuta allo scherzoso sfintere di Paciuli, ma bensì alla magia di due cuori che si incontrano e diventano uno solo ma grosso come un lecca lecca del luna park, legati indissolubilmente, per un certo periodo, dal loro stesso sputo che ha saputo far scoccare la scintilla della passione.
Fuori, la luna era ancora lì, alta e curiosa, li aspettava per sapere come fosse andata la sotto e per seguire le loro straordinarie gesta che di li a poco avrebbero sicuramente compiuto.
E così accadde. Paciuli che non aveva ancora esaurito proprio tutta la sua viulenza, prese Ilangilang per mano e la invitò, con un solo sguardo a correre selvaggiamente insieme a lui, stretti per mano, urlando nella notte come gatti in amore, poi via a suonare i campanelli delle case vicine e poi ridendo come iene via ancora verso altri campanelli e poi altri ancora fino a quando anche quella guardona della luna se la fosse fatta a spicchi.
Finalmente soli in compagnia della notte nera, Paciuli e Ilangilang, non più osservati da nessuno, poterono essere loro stessi e gettare via le loro maschere da duri. Paciuli si mise a frugare in zona basso ventre, indi prese la sottile mano di Ilangilang e la guidò verso il luogo dove riponeva la cosa più cara al mondo. La bella Ilangilang frugò per diversi attimi carichi di misteriosa attesa poi, i loro occhi si incontrarono in un lampo di assenso e lei estrasse la mano e il dono, la cosa più cara a Paciuli: l’orso Pooh, l’orso che se lo accarezzi si illumina, se ci sono le pile, ovviamente. Lei per lo splendido dono arrossì senza l’ausilio di batterie. Per non essere da meno lei tirò fuori dalla tracolla il dolce forno e in pochi ma dolcissimi istanti gli sfornò una tortina a forma di cuore, così da quella sera divisero il sellino della super motoretta con la quale su di una sola ruota, prima su quella di dietro e poi su quella davanti, attraversavano interi quartieri del borgo mettendoli a ferro e fuoco e poi spegnendo ogni focolaio con dolcissime sputazze d’amore.

Legenda:
Metamorfosi covo della banda di Paciuli.
Pala Vanni, luogo d’incontro giovanile e di famose fiere del dolce.
Globo: Stupefacente Discoteca di tendenza e di tardone il giovedí.

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6 thoughts on “Paciuli e Ilangilang

  1. “il padre Saldatore, di nome e di fatto”
    “Cercarono uno spazio tutto per loro tra la miriade di poetiche frasi in ordine più o meno analfabetico”
    😀

    e meravigliosamente anni ’80 la fine!

    • Si anni 80 su una ruota sola 😉
      E’ un raccontino che avevo scritto con un amica mille anni fa ora gli ho tolto un po di parole e ho lasciato le Segate 😉
      Grazie

  2. Se la Feltrinelli avesse letto questo tuo racconto avrebbe buttato Tre metri dal cielo di Moccia nella pattumiera e avrebbe dato a te l’anticipo per scrivere il seguito della vicenda amorosa di Paciuli e Ilangilang. 😀
    Nicola

    • Perbacco Nicola… Siamo parenti per caso 😉
      Sei veramente troppo gentile anche se paragonare la mia segata con tremetrisopra… Un po moffende 😉
      Pensero’ comunque ad un seguito, o almeno qualcosa legato al meraviglioso mondo di Paciuli & Friends. 🙂

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